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La campagna elettorale al tempo dei romani



La propaganda elettorale, indicata con il nome di petitio (“richiesta”) avrebbe dovuto iniziare formalmente subito dopo l’esposizione in pubblico della lista dei candidati. Ad essa tuttavia ci si dedicava anche molto tempo prima, con una campagna chiamata ambitus (da ambire “sollecitare”). In origine, infatti, quando gli elettori erano tutti residenti in città e nelle campagne o nei borghi dei dintorni, i candidati prendevano personalmente contatto con essi chiedendo loro esplicitamente il voto. La sollecitazione diretta e personale era tenuto in gran considerazione. Non a caso Plauto, nell’Anfitrione, scrive: “Il popolo elegge quelli dai quali è sollecitato”, mentre  a Cicerone, candidato, il fratello Quinto scriveva: “Certamente è molto utile non lasciare mai Roma ma l’assiduità sta non soltanto nel trovarsi in città e nel Foro quanto nell’agire assiduamente, cioè rivolgersi spesso alle stesse persone e non rischiare che qualcuno possa dire di non essere stato mai da te contattato e pregato molto e con insistenza” (Commentariolum petitionis).
Nel Foro c’era da mettere in atto il rituale della presentatio (“stretta di mano”),che consisteva nell’andare incontro ad ogni elettore, preferibilmente chiamando per nome (magari dietro suggerimento di un esperto conoscitore dei propri concittadini – detto nomenclator – all’uopo ingaggiato) e, prendendogli la mano, supplicarlo ricordandogli le proprie passate benemerenze o promettendogli prossimi favori.
La propaganda veniva in ogni caso condotta senza esclusioni di colpi, essendo tutto lecito e ammesso, anche i colpi bassi, fino all’insinuazione e alla denigrazione; specialmente quando si doveva cercare di togliere voti agli avversari. Il già citato Quinto Cicerone, per le elezioni del 63 a.C. in cui era candidato il ben più famoso fratello, preparò un vero e proprio manuale per la campagna elettorale (Commentariolum petitionis), in cui tra le altre cose consigliava: “… appena ti è possibile, fai in modo che sorga nei confronti dei tuoi avversari un sospetto di colpa o di lussuria o di sperpero, purché sia compatibile con il loro carattere”. Sempre secondo quei consigli, per procurarsi invece i voti, allorché ci si rivolgeva alla “casta” politica, si doveva convincerli che non ci sarebbe stato alcun tentativo di mettere in discussione la  loro autorità (status e privilegi acquisiti); parlando agli esponenti della “borghesia” finanziaria e imprenditoriale, gli si doveva far capire che i loro interessi economici sarebbero stati comunque tutelati; infine arringando la folla dei diseredati e dei nullatenenti, non c’era che da blandirla mostrandosi sempre disponibili e generosi, e largheggiando nelle promesse, anche sapendo di non poterle mantenere.
Così scriveva Quinto Cicerone in Commentariolum petitionis:

”Dato che ho parlato abbastanza di come farsi le amicizie, bisogna ora trattare l’altra parte della campagna elettorale, che riguarda il favore del popolo. Essa richiede la conoscenza dei nomi degli elettori, le lusinghe, l’assiduità, l’atteggiamento benevolo, la formazione di una pubblica opinione, la magnificenza negli affari pubblici.
[…] Convinciti che quel che non possiedi per natura devi simularlo, perché sembri che ti comporti in modo naturale…
[…] La generosità poi ha un vasto campo d’impiego: si esprime attingendo al patrimonio di famiglia, che anche se non può raggiungere la massa, tuttavia, se dagli amici viene elogiato, alla massa è gradito…
[…] Rifiuta cortesemente quello che non puoi fare o non rifiutarlo affatto; il primo dei due atteggiamenti è quello dell’uomo retto, il secondo è quello del buon candidato […] Caio Cotta, maestro nelle brighe elettorali, soleva dire che era sua abitudine di promettere a tutti i suoi servizi, e di concederli a coloro dai quali riteneva di trarre maggior vantaggio…
[…] In ultimo, fai in modo che tutta la tua campagna elettorale sia splendida, fulgida, popolare…”

Assai diffusa e del tutto lecita era la pratica del “voto di scambio”. Alfine di prevenire la corruzione e per combattere i modi scorretti di persuasione specialmente nei confronti degli strati più bassi della popolazione, c’era l’esplicito divieto per ogni iniziativa, pubblica ed evidente, di beneficenza o di munificenza, per coloro che avessero voluto presentare la propria candidatura nell’anno precedente la presentazione.
Di pari passo alla campagna orale s’andò sempre più accompagnando quella scritta, con l’impiego di manifesti o annunci (programmata) dipinti sui muri.
Non risulta che ci fosse alcun luogo o spazio espressamente predisposto dalle autorità per scrivere i manifesti; è facile pertanto immaginare che ogni muro della città diventasse preda degli scriptores. È pure ovvio che i manifesti dovevano concentrarsi nelle vie più popolose, senza troppo rispetto di monumenti, edifici pubblici, edicole, immagini sacre e coinvolgendo persino le lapidi tombarie.
A Roma, purtroppo, non è rimasta nemmeno una traccia di manifesti elettorali; circa 1500 se ne sono trovati, variamente conservati (alcuni malauguratamente svaniti dopo la scoperta) a Pompei.
A Pompei le ultime elezioni, al momento dell’eruzione, nell’agosto dl 79 d.C., erano passate già da alcuni mesi. I manifesti erano dipinti a grandi lettere, alte e sfinate, in colore rosso o nero, su un fondo bianco. In linea di massima, consistevano di un breve testo, tratto da un formulario stereotipo, che si limitava a enunciare il nome del candidato e ad indicare la carica da lui ambita, cui faceva seguito la richiesta del voto. Questa era espressa con una sigla formata dalle iniziali - O V F- della frase oro vos faciatis (“vi prego di fare” ossia di eleggere).
È appena il caso di dire che tutti i candidati erano presentati come campioni di onestà, di saggezza, di capacità. C’era chi veniva ricordato per qualità più concrete come l’essere un grande organizzatore di spettacoli, chi per essere garantito come abile amministratore e chi esaltato come immune da cupidigie. Quand’era possibile, poi, venivano menzionate benemerenze passare (“fece del bene a molti”) o ancora in atto (“è quello che fa il pane buono”).
Raccomandazioni e inviti venivano del resto espressi sui muri dagli ambienti più vari: negli ambienti religiosi, presso i quali si faceva volentieri ricorso agli interventi divini (“così la santissima Venere pompeiana vi sarà propizia”); come anche in quelli dello spettacolo. Né mancavano i manifesti dei maestri di scuola con gli allievi, dei giocatori, dei beoni nottambuli e perfino degli schiavi fuggitivi.
In tanto concorrere di persone e di gruppi, figurano anche le donne le quali, sebbene escluse dal diritto di voto, non rinunciavano a esternare per iscritto pareri e desideri e a fare propaganda. Comprese le ragazze di vita e le cameriere delle locande. La propaganda di quest’ultime però non sempre era gradita.
I manifesti, ovviamente, cessavano di essere scritti al momento delle votazioni, ma talvolta se ne facevano anche ad elezioni concluse, per acclamare i vincitori.

Tratto e liberamente parafrasato da: Staccioli Romolo A., Le elezioni nell’antica Roma, Roma, Tascabili economici Newton, 1996.

Si veda anche: Quinto Tullio Cicerone, Manualetto di campagna elettorale (Commentariolum petitionis), a cura di P. Fedeli, Roma, Salerno editore, 1987.

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